chiarimenti terzo settore

I chiarimenti dell’Agenzia delle Entrate sulla fiscalità degli Enti del Terzo Settore

In una recente circolare, l’Agenzia delle Entrate, ha fornito ulteriori indicazioni sui criteri che definiscono la non commercialità delle attività svolte dagli ETS (Enti del Terzo Settore)

Il documento definisce parametri per l’imponibilità dei proventi ai fini IRES, basati sul confronto tra ricavi e costi effettivi, modalità di svolgimento e natura delle attività.

Clicca qui per consultare la circolare dell’Agenzia delle Entrate: Chiarimenti in materia di imposte sui redditi e sulla qualificazione fiscale degli enti iscritti nel Registro Unico Nazionale del Terzo Settore

La disciplina per la qualificazione fiscale degli ETS

Il regime fiscale degli ETS diversi dalle imprese sociali è disciplinato da due diversi regolamenti:

  • Titolo X del CTS (Codice del Terzo Settore)
  • norme del TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi) relative all’IRES, se compatibili con la disciplina degli ETS 

In particolare, attinge dal TUIR la distinzione in enti commerciali o non-commerciali, e affida al CTS la disciplina sui criteri quantitativi per l’acquisizione, il mantenimento o la perdita della qualifica di ente non commerciale.

Questi criteri prevedono la divisione delle attività svolte dagli enti in tre categorie:

  • attività di interesse generale
  • attività «diverse»
  • attività di raccolta fondi

I criteri di non commercialità previsti per le attività di interesse generale

Sono considerate «di interesse generale» le attività svolte senza scopo di lucro che perseguono finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, per esempio:

  • servizi sociali e sanitari
  • educazione e formazione
  • interventi a favore dell’ambiente e del paesaggio 
  • protezione e tutela dei diritti umani 
  • valorizzazione del patrimonio culturale

Inoltre, queste attività si considerano «istituzionali» quando sono strettamente connesse allo scopo dell’ente descritto nello statuto.

Le attività di interesse generale risultano non commerciali quando:

  • sono svolte a titolo gratuito
  • prevedono il versamento di corrispettivi che non superano i costi effettivi.
  • generano ricavi fino al 6% dei costi, per un massimo di tre anni consecutivi.

Il criterio di omogeneità per gli enti che svolgono diverse attività

Nel caso in cui l’ente svolga diverse attività di interesse generale, la circolare prevede l’applicazione di un «criterio di omogeneità».

Infatti secondo la normativa, la valutazione di non-commercialità di eventuali attività: 

  • oggettivamente indipendenti tra loro
  • riconducibili a differenti macro-categorie Ateco
  • con contabilità tenute separatamente

deve  essere effettuata distintamente per ciascuna attività esercitata.

Questa distinzione non si applica agli enti di piccole dimensioni, cioè con entrate inferiori a 300mila euro, che possono computare congiuntamente le diverse attività di interesse generale.

Le attività non soggette ai criteri di valutazione della commercialità

Infine, sono considerate non commerciali ai fini IRES, e quindi non soggette ai criteri di valutazione della commercialità le seguenti attività:

  • ricerca scientifica di particolare interesse sociale
  • servizi assistenziali, educativi e di sostegno svolti da fondazioni delle ex-IPAB (Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza)

a condizione che l’ente provveda a:

  • reinvestire interamente gli utili nelle attività dell’ente
  • diffondere gratuitamente i risultati 
  • non deliberare alcun compenso a favore degli organi amministrativi

Rientrano in questa categoria anche le attività svolte nei confronti dei propri associati e dei familiari conviventi, a titolo gratuito o dietro il solo pagamento della quota associativa.

I criteri di non commercialità per le «attività diverse»

Le «attività diverse» comprendono tutte quelle attività che non rientrano nel fine sociale primario dell’ente.

Per esempio: vendita occasionale di prodotti e gadget, sponsorizzazioni e pubblicità, affitto di locali della sede o attrezzature di proprietà dell’ente a soggetti esterni, servizi di consulenza, ed altri.

Queste attività devono essere:

  • previste espressamente dallo statuto
  • strumentali, cioè destinate al finanziamento delle attività sociali di interesse generale
  • secondarie, cioè con ricavi inferiori al 30% delle entrate totali o al 66% dei costi complessivi

La commercialità di queste attività dipende dai parametri oggettivi previsti dal TUIR per determinare i redditi derivanti all’esercizio delle imprese commerciali:

  • l’esercizio abituale e continuativo
  • l’organizzazione in forma di impresa (collaboratori, locali dedicati, pubblicità, etc.)

I criteri di non commercialità per le raccolte fondi

Per finanziare le attività di interesse generale, gli ETS possono svolgere attività di raccolta fondi, attraverso la richiesta di donazioni, lasciti, e altri contributi non corrispettivi.

Queste attività possono avvenire anche in forma organizzata e continuativa, impiegando risorse proprie e di terzi, inclusi volontari e dipendenti.

Dal punto di vista fiscale,  sono considerate non commerciali le raccolte pubbliche che presentino le seguenti caratteristiche:

  • carattere di occasionalità
  • offerta di beni o servizi di modico valore
  • concomitanza di celebrazioni o ricorrenze
  • campagne di sensibilizzazione.

In ogni caso, l’attività di raccolta fondi è soggetta a una rigorosa rendicontazione, che assicuri l’effettiva destinazione dei fondi al progetto e il fine primario di realizzare le attività di interesse generale dell’ente.


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Alessio Chianca

Dottore Commercialista responsabile del settore Finanza Agevolata, specializzato in pratiche contabili e amministrative di enti del Terzo Settore